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sabato, 01 settembre 2007

STAR

LA STRANA DITTA V.C. ANDREWS®

Virginia Cloe Andrews è stato un caso letterario evidentemente così fruttuoso che, dopo la morte, la sua famiglia ha assunto un ghostwriter (“uno scrittore accuratamente selezionato”, si legge in una breve nota interna che spiega la cosa, in uno dei romanzi postumi) per continuare la sua opera. E così V.C. Andrews è diventato un marchio registrato! Immagino che prima o poi succederà lo stesso alla Rowling: già da ora persino i singoli nomi che si riferiscono alla saga di Harry Potter sono di proprietà della Warner Bros, credo che neanche la Disney sia mai arrivata a tanto.

Qualche giorno fa in una libreria dell’usato dove mi servo spesso, ho acquistato “Star” perché della stessa autrice avevo letto “Dolce cara Audrina” e “Flowers in the Attick” (non ricordo il titolo in italiano) e ne ero rimasto molto colpito. Non avevo però notato la minuscola ® del marchio registrato accanto al nome. Devo dire che la copertina e il formato mi hanno inquietato e non avrei preso il libro se non avessi avuto garanzie sull’autrice: sembra un harmony versione perversa, con un viso leziosetto di ragazza che sbuca da una cancellata pseudo-liberty a tinte violacee e perlate. Quando ho letto la questione del “carefully selected writer” (il libro è in lingua originale) mi sono arrabbiato: ma questa è truffa! E quella breve nota che spiega che non si tratta di un libro della Andrews ma di uno scrittore che la imita mi pare abbia esattamente lo stesso valore delle note in caratteri minuscoli in calce a un contratto, quelle che si dovrebbero leggere più attentamente delle altre perché di solito contengono qualche truffa o comunque uno svantaggio per il compratore e invece sono fatte apposta per sfuggire all’occhio.

Visto che ormai ce l’avevo, ho letto il libro. Storia di un’adolescente “orfana con genitori”, non esattamente maltrattata, ma sicuramente trascurata e costretta a crescere prima del tempo per occuparsi del fratellino più piccolo e cercare di tamponare i danni di una madre alcolizzata e di un padre che li ha abbandonati. Il tutto sotto forma di racconto a una psicologa. La storia in sé merita rispetto, ma il modo in cui è stata raccontata non tanto. A questo ghostwriter (ha un nome che ho identificato su Wikipedia ma che non mi disturberò a citare perché non merita) manca del tutto il gusto del narratore, del raccontare storie, di cui invece la Andrews era maestra. “My sweet Audrina” e “Flowers in the attick” avevano una trama complessa e una costruzione che deformava e rendeva tutto grottesco, leggere era come ritrovarsi in una galleria di specchi e sentirsi confusi e soffocati da sguardi sempre più folli. Era come se volesse darci un avvertimento, a noi lettori: che la follia non è poi così lontana dalle nostre vite tranquille.

La storia di Star invece è solo una biografia, e purtroppo succede raramente che le biografie abbiano anche qualità artistiche. Certo, si simpatizza con la protagonista, ci si immedesima perché è una storia tristemente verosimile, ma tutto lì. Però, che dire, mi sarebbe sembrato alquanto strano che l’operazione di trasformare un talento letterario in un’industria potesse avere anche altezza letteraria! E mi è venuto da pensare che questa è la dimostrazione che la Andrews ha attinto da esperienze personali nel creare le sue storie di orrore familiare, visto che la sua famiglia ha voluto continuare ad attingere dalla gallina dalle uova d’oro anche dopo la sua morte – o forse è stata una vendetta perché queste uova d’oro non erano state condivise in precedenza? Certo è che non mi faccio abbindolare dal tono buonista della nota interna secondo la quale continuare l’opera della Andrews significa farle omaggio. Sono sicuro che nessuno scrittore con un proprio orgoglio e una propria identità amerebbe che qualcun altro continuasse a scrivere usando il suo nome dopo la sua morte.

postato da: davidetolublog alle ore 08:11 | link | commenti
categorie: star, vc andrews