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mercoledì, 10 ottobre 2007

LA MOGLIE DELL’UOMO CHE VIAGGIAVA NEL TEMPO

Il titolo lungo a una prima occhiata mi ha fatto pensare che l’originale dovesse essere diverso. Avevo ragione, in quarta pagina si legge:

Titolo originale:  The time traveller’s wife

Cioè, “la moglie del viaggiatore nel tempo”. Inoltre è al presente, perché tutta la storia è narrata al presente.

Non è la prima volta che storco il naso di fronte a traduzioni inaccurate. E non riesco ad accettare che gli editori italiani sentano il bisogno di cambiare i titoli. Lo fanno per una questione di marketing: ogni pubblico è abituato a un certo tipo di stile che cambia a seconda della latitudine. E io che volevo illudermi che i libri fossero arte (almeno quelli che lo sono) e che la creatività autoriale dovesse venir preservata e rispettata sempre!

Comunque... Strano parlare di tempi verbali per un romanzo dove il tempo è come quelle parole che ripetute troppo spesso perdono di significato. Tornare nel passato, vivere il futuro: se è possibile, che senso ha il tempo? Il passato non sarebbe più passato, ma sempre futuro e poi presente. Insomma, passato, presente e futuro si verrebbero a trovare su una sola linea retta e noi potremmo incontrare innumerevoli noi stessi. C’è un intero filone tra cinema e letteratura dedicato alla possibilità di viaggiare nel tempo. Qui però la novità è nel modo. La Niffenegger è riuscita, con questa sua prima notevole prova di narratrice, a rendere tutto molto verosimile, forse più di coloro che ci hanno provato prima di lei.

Questo viaggiatore viaggia contro la propria volontà, perché è il primo uomo affetto da “cronoalterazione”. Geniale! L’Autrice introduce l’idea che la regolazione cronologica come noi la conosciamo e in cui siamo immersi (cioè: si procede in direzione passato-presente-futuro) non sia un principio oggettivo e inalterabile ma una condizione dettata dai geni, una qualità biologica che in quanto tale può subire una mutazione e alterarsi.

Ci sono molti paralleli tra questo time traveller e i tanti eroi dotati di superpoteri passati alla Storia. Il più importante, a mio giudizio, è che tutti pagano un prezzo molto alto per i propri privilegi. Sono degli emarginati, e amano disperatamente, perché se c’è una cosa su cui sono impotenti è proprio la capacità di proteggere l’amore: corrono troppi pericoli. Un parallelo molto interessante di questo viaggiatore nel tempo è con l’uomo invisibile di Wells. Entrambi i “poteri” infatti risiedono nella chimica corporea. Per essere invisibile, Griffin deve essere completamente nudo perché i vestiti non scompaiono addosso a lui, e la cosa si rivela molto scomoda nella fredda e inquinata Londra di fine ‘800. Per Henry De Tamble è lo stesso, anche lui quando viaggia nel tempo si ritrova nudo a destinazione, e in un caso rischia persino di morire congelato. Altra interessante somiglianza con i supereroi, specie quelli dotati di poteri psichici, risiede nel fatto che Henry sia vittima del suo potere, praticamente malato, e ne farebbe volentieri a meno. Per molti supereroi è così: c’è sempre un fondo di tristezza su queste vite illuminate da eccezionali capacità, come se i loro autori avessero voluto in qualche modo punire le proprie creazioni troppo fortunate: ah, il maledetto senso di colpa! Però non bisogna dimenticare che ogni personaggio è una proiezione dello scrittore, e che quindi ogni storia di supereroe dalla doppia vita, triste ed emarginato, è specchio di un autore il cui ingegno fa pagare caro l’inserimento tra i suoi simili in un modo dove l’omologazione è d’obbligo.

Interessantissimi e da visualizzazione psicodrammatica sono gli incontri tra i vari sé del viaggiatore nel tempo: tra quello adulto tornato nel passato ad istruire il sé bambino (che bello sarebbe poterlo fare davvero!), oppure tra i due sé adolescenti che hanno pochi mesi di differenza e il cui rapporto, come si può immaginare, è molto più intimo di quello che può instaurarsi tra gemelli… Sarebbe stato interessante sviluppare maggiormente questo aspetto psicologico della storia, ma l’Autrice ha probabilmente dovuto fare una scelta (commerciale, direi) e ha privilegiato l’azione e lo svolgimento cronologico – per quanto fosse possibile senza ingarbugliarsi, visto il tema.

Infine “La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo” è una storia d’amore fantastica, in bilico tra il più bel sogno e l’incubo peggiore. È anche la storia di una donna forte e determinata...

E qui mi chiedo: Perché la maggior parte delle scrittrici sceglie un protagonista maschile per le proprie storie? Perché la Rowling ha creato Harry Potter e non un’eroina strega? Cosa sarebbe cambiato? Dal punto di vista educativo, credo sarebbe stato più corretto e funzionale, premesso che ogni autore e ogni autrice è ovviamente libero/a di assegnare il sesso che vuole ai suoi personaggi. Ma in questa storia di viaggi nel tempo, non vedo perché protagonista non possa essere una donna… È come se la Niffenegger abbia sì sentito il bisogno di creare un punto di vista femminile e centrale, ma non sia riuscita a spingersi più in là dall’immaginare una moglie per l’eroe principale. Oppure siamo di fronte a un nuovo, triste compromesso commerciale?

Le immagini del romanzo si chiudono su lei che aspetta, ormai anziana, il marito morto tanti anni prima e che le ha promesso “Ci rivedremo”. Da uno capace di viaggiare nel tempo, è lecito aspettarselo.

Di questo libro è programmata da tempo una trasposizione cinematografica.

 
Audrey Niffenegger, La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo. Mondadori (1a edizione 2005)