Oggi leggo...

Documento senza titolo

Analisi o più semplicemente commenti sulle mie letture quotidiane

Documento senza titolo

Chi sono

Blogger: davidetolublog
Nome: Davide Tolu

Definirsi è finirsi...

Visita anche

Pronto Teatro visti e segnalati

Oggi leggo analisi e commenti su letture quotidiane

Davide Tolu la mia home page


io sono BlogAttivo

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

 

Contatore

visitato *loading* volte
lunedì, 01 ottobre 2007

IL MALE OSCURO

Influenzato da questo stream of counsciousness così ben riuscito dove la lettura non risulta mai pesante e inintelleggibile come ci aspetterebbe da questo tipo di scrittura che non si interrompe mai e non conosce punteggiatura, non posso far altro che affrontare alla stessa maniera questo colosso che non a caso è stato nello stesso anno vincitore del Premio Campiello e del Premio Viareggio. Oltretutto a scrivere così si ha il vantaggio di poter esprimere di un concetto le varie ramificazioni che prende quando lo si pensa ed è un vantaggio mica da poco perché alla fine se proprio vuoi seguirle tutte queste ramificazioni dovresti fare infiniti per inciso. Grazie a questo espediente che nulla comunque toglie ad una grande abilità narrativa, Berto riesce a descrivere quello che forse è il più complesso dei rapporti umani, il rapporto padre-figlio, e a scandagliare le profondità dell’anima come nessun scrittore aveva mai fatto prima. In verità inizialmente l’uomo che vien fuori da questo autoritratto tanto complesso non è anzi si tratta di un personaggio semplice al limite della caricatura che ricorda molto il Paperino di Disney, che come il protagonista del libro litiga con la fidanzata spendacciona e mondana ma infondo più saggia di lui, non sa gestire i propri stati d’animo e vi si abbandona con impeto sia che si tratti di accessi di rabbia sia si tratti di impulsi amorosi, e gli somiglia anche nella dichiarata pigrizia associata alla fiducia di riuscire a farsi valere agli occhi del mondo prima o poi, la quale è poi fiducia nel genio nascosto in ogni essere umano che solo abbia faccia tosta coraggio e capacità di tirarlo fuori, e per fortuna ma soprattutto perché evidentemente esiste una giustizia, questa Gloria tanto invocata dal protagonista poi arriva, almeno con questo libro. Quindi uomo afflitto da egocentrismo che sconfina in un cieco egoismo. Si potrebbe obiettare che quando stiamo male siamo tutti egoisti o almeno necessariamente egocentrici, e va bene, ma spesso, e questo è un giudizio sull’uomo e non sull’opera, superlativa (e io potrei solo sminuirla dandogli aggettivi), l’io narrante nonché raccontato si rivela ingiusto. Rendendosi conto di una sua scarsa carità d’animo, il protagonista sprofonda in angoscia che diventa malattia, però a volte neppure si accorge di ciò che fa e si sente solo vittima, allora vien da pensare che questa malattia non sia il farsi una colpa di certi atteggiamenti immaturi ma il non sapersi correggere e quindi per guarire rimarrebbero solo due vie: imparare a cambiare, evolversi, oppure accettare i propri limiti senza colpevolizzarsi. Ma questa prima impressione si scopre infine superficiale, indotta forse dalle tonalità ironiche soffuse in un racconto che in effetti è sostanzialmente dramma. Con la psicanalisi - cui il protagonista ricorre come ultima spiaggia falliti tutti gli altri tentativi di cura - affiora un mondo sommerso che dona al racconto un nuovo spessore: quello del protagonista bambino, il quale ingiustamente soffriva pene inimmaginabili e desiderava morire e nessuno se ne accorgeva anzi erano tutti convinti, il padre in primis, che si trattasse di un lazzarone senza gratitudine e senza amore per il prossimo. “Finirai in galera” è la frase ricorrente del padre, primo e quasi assoluto antagonista, invece è proprio l’affetto la sfera in cui l’io narrante è più miserevolmente carente, una mancanza che lascia vuoti incolmabili e la convinzione di non essere degno che di punizioni, cui l’uomo ormai adulto non esita a sottoporsi entrando nello stato d’animo e quindi nella forma mentis di colui che deve essere punito perché si sente colpevole. Ecco allora lo scatenarsi della malattia, del male oscuro, per l’appunto. Un male che è ossessione, che si riflette nel ritmo descrittivo sempre più incalzante e nei contenuti di qualità paranoica, quell’ossessione che non ha orecchie che per se stessa, che chiede aiuto ma non è capace di ascoltare. E qui mi viene da fare una digressione su quella che viene comunemente e superficialmente chiamata depressione e che colpisce pare un numero crescente persone. Ciò di cui si ammala Berto, o meglio il suo protagonista, se vogliamo metterla su un piano narrativo e non saggistico, non è pazzia. La nevrosi da angoscia, come viene definita dallo psicologo che lo prenderà in cura, non c’entra niente con la capacità di ragionare. Non si ragiona con gli squilibri chimici: che possiamo farci se le nostre reazioni emotive sono esagerate e si alimentano l’un l’altra in un circolo vizioso apparentemente impossibile da spezzare? Può mai aiutarci qualcuno che dice che siamo noi che dobbiamo volerlo, il fatto di star bene? No di certo. L’unica soluzione è abbassare il volume, trovare il modo di non far straripare le nostre sensazioni quando siamo così sensibili che basta un cambiamento di luce o un rumore o un minimo malessere a scatenare reazioni di panico puro, panico del panico, si può dire. E in questo veramente non possiamo farci niente perché il corpo ha una memoria sua e quando si prospetta sia pure lontanamente la possibilità che si ricreino le condizioni che ci hanno fatto star male ecco che si ricomincia daccapo, il cuore pompa più sangue, le surrenali scaricano litri di adrenalina e siamo bell’e fritti, tanto varrebbe che sfruttassimo queste nostre condizioni per l’uso a cui sono preposte in natura: la fuga o la lotta per la sopravvivenza, chissà mai che non si scopra che sfruttando adeguatamente un attacco di panico si possano ottenere performance sportive straordinarie. Ma siccome non è verosimile trovarsi a portata di gara ogni volta che si ha una crisi, bisognerebbe regolarle, queste surrenali: forse funzionerebbe una terapia combinata tra endocrinologia e ipnosi, con sedute volte a spezzare il meccanismo condizioni pregiudiziali = crisi e anzi a instillare nel subconscio una reazione rilassata o quantomeno neutrale ogni volta che le suddette condizioni si verificano.

Questo male oscuro dunque, lungo da essere nevrosi o cancro, per me non è nient’altro che incapacità di comunicare, prima col padre, poi con la controparte sessuale, la donna rappresentata dalla giovane moglie, ‘donna ragazzetta’, mettendo avanti come pilastri insormontabili prima la differenza di generazione e di stato, nel caso del padre, poi quella lungamente costruita, dalla natura o dalla cultura che sia, tra uomo e donna. Infine questa incapacità è soprattutto verso se stessi, nella difficoltà di auto-spiegarsi e di comprendersi. Le pagine finali sono tra le più belle di questo già bellissimo libro, dove il riemergere dei ricordi, di quella vita infantile in cui forse tutto ha avuto inizio, ispira altissima poesia che  alle nostalgie di un uomo che si rivede bambino sofferente intreccia quelle di un popolo che nella descrizione della provincia veneziana degli anni ’40 si rivede un po’ più giovane e un po’ più ingenuo.

Come si vede, la scrittura di Berto mi ha influenzato anche nella prolissità sicché in un certo senso sono diventato anch’io ossessivo e non so più se sono riuscito nell’intento compiere questo mio tributo al libro e allo scrittore. A chi non l’ha ancora letto non resta altro che farlo, per capire se ho esagerato o no.

 

Giuspette Berto, Il male oscuro. (1964)

 

postato da: davidetolublog alle ore 20:05 | link | commenti (2)
categorie: il male oscuro, giuseppe berto