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lunedì, 05 novembre 2007

LO STRANIERO

Mentre leggevo di Meursault (il racconto è sottoforma di diario) me lo immaginavo come un insetto: un essere che vive di piccoli piaceri  -  il tepore di una tazza di caffelatte che impedisce al corpo di raffreddarsi, una bella giornata di sole, un po’ di sesso – e che non si fa turbare dagli accadimenti né esterni né interni. Il diario si apre con la descrizione del suo arrivo all’ospizio per dare l’ultimo saluto a sua madre. Meursault accetta la morte come una cosa naturale, ineluttabile, né triste né allegra: la madre ha vissuto, è diventata anziana, è morta. Il suo è in effetti un atteggiamento ragionevole, ma viene guardato con meraviglia e poi sospetto da chi gli sta intorno. Il giorno dopo Meursault è richiamato alla vita da nuove cose da fare, persone da incontrare, piaceri da sperimentare. È come se nel suo intimo non avesse ricordo. In questo senso mi fa pensare  a un insetto, perché è corazzato e niente lo tocca. Si direbbe che abbia raggiunto quella condizione del non attaccamento tanto raccomandata dalle filosofie orientali (e anche dal cristianesimo, se Gesù predicava di abbandonare tutto per seguirlo, e poi nessuno è stato più sordo dei cristiani). Ma il suo non prendere mai parti, il non avere opinioni, questo non provare nulla di nulla, insomma, mal si accorda con l’idea di elevata spiritualità che il non attaccamento presuppone. Ciò significa che allora quello di Meursault è uno stadio pre-umano, una specie di condizione fetale protratta nell’età adulta, come se Camus abbia voluto raccontarci la sua personale interpretazione della ruota dell’esistenza: si parte da una non-condizione per giungere di nuovo a una non-condizione ma attraverso un passaggio che prima è crisi (l’attaccamento, le emozioni e i sentimenti) e poi è sublimazione (il risveglio a se stessi e il rendersi conto che si è nulla – e tutto). Mentre attende l’ora della sua esecuzione, Meursault scoprirà che la felicità si trova nell’abitudine, se la si sa trovare, anche in quella di una cella,  e che solo quando si è perso tutto si prova la fitta di gioia che nasce alla speranza di poter ricominciare.

Ciò che accade nel mezzo (perché un uomo senza idee né convinzioni come Meursault finisca in carcere e stia per essere giustiziato, l’impressione di familiare quotidianità della città di Algeri, dove tutto si svolge) è meglio leggerlo senza nulla sapere prima.

Alla fine, vedrete che ci si interroga ancora su chi sia lo straniero di questo racconto.

 

Albert Camus, Lo straniero (1942). (mia edizione in Opere, Bompiani)

 


postato da: davidetolublog alle ore 10:47 | link | commenti (13)
categorie: lo straniero, albert camus