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lunedì, 21 aprile 2008

IL GIORNO DEL GIUDIZIO

 

Non amo le gerarchie e le scale di merito, in letteratura come nella vita la diversità crea intersecazioni e questo rende impossibile ogni classifica universale. Ma Salvatore Satta ha scritto IL libro, il romanzo. Ogni parola, ogni costruzione è un piacere e sembra nascere da una precisa lucida volontà, non da impeti o ispirazioni incontenibili. D'altronde Satta si confrontava nella vita e per mestiere con il giudizio civile e imperfetto degli uomini, e chi più di lui poteva comprendere il peso della parola? Anche un accento, un'intonazione pronunciati da un uomo possono decidere della vita di un altro uomo. E sentendosi chiamato a resuscitare la sua gente con le sue parole, il più corretto e severo giudizio Satta lo esprime su di sé. Autodeterminazione: ecco che cosa è chiamata a fare l'umanità. Finché non ne saremo in grado, entreremo da vivi a far parte di quelle "teorie interminabili, ma senza cori e candelabri" che sono i morti.

WARNING: anticipazioni! (sulla struttura, non sulla trama) Ho un brivido ogni volta che incontro la scarna realtà della seconda parte: un'unica pagina, poi il nulla. Il giudizio s'era compiuto, anche per Satta... e nel perfetto orologio dell'universo, il tempo era quello giusto, il libro completato. Quell'unica pagina contro le altre quasi 300 della prima parte mi impongono alla mente l'immagine di una bilancia in disequilibrio, una bilancia che ha segnato il suo verdetto. "Bisogna che ci sia uno che ti raccolga, ti risusciti, ti racconti a te stesso e agli altri come in un giudizio finale." Non è (anche) per questo, infatti, che viviamo?

Salvatore Satta, Il giorno del giudizio (1979). Ilisso 1999
postato da: davidetolublog alle ore 17:10 | link | commenti (1)
categorie: il giorno del giudizio, salvatore satta
giovedì, 17 aprile 2008

free tibet now


Foto pubblicata da SENZABUSSARE
postato da: davidetolublog alle ore 18:55 | link | commenti (3)
categorie:
domenica, 13 aprile 2008

TRAUMA

"Sono le madri che hanno spinto la maggior parte di noi verso la psichiatria". Suona come una confessione, ma lo psichiatra che la pronuncia non sa essere del tutto sincero con se stesso. Sono le madri? O piuttosto ciò che le madri hanno fatto? Una cosa è certa: ciò che spinge a scavare nell'animo umano - 'ficcare il naso', si ripete nel romanzo - non è il fascino di altrui tormenti da dipanare, non l'istinto missionario di salvatori d'anime, ma la ricerca della chiave perduta del proprio enigma personale: che l'intento sia terapeutico, come quello di uno psichiatra, o intellettuale, come quello di uno scrittore.
Charlie Weir è diventato bravissimo a dipanare i garbugli degli altri, ma la sua vita privata è uno sfacelo. Avrebbe tutti gli strumenti per comprendersi e "guarirsi" ma...
Un thriller psicologico raccontato con eleganza, egregiamente costruito nel crescendo di suspence, con dialoghi sempre intelligenti e concreti. Oscuri però alcuni punti chiave: alla fine, non tutti i tasselli vanno a posto e la storia zoppica un po'.

Patrick McGrath, Trauma. Bompiani 2007
postato da: davidetolublog alle ore 01:20 | link | commenti
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