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sabato, 27 ottobre 2007

TRILOGIA DELLA CITTA' DI K

Le storie che ci piacciono di più sono quelle devastanti, dei dolori più grandi, quelle che raccontano di perdita, solitudine, morte, e lo fanno offrendoci speranza in cambio del nostro coinvolgimento catartico, perché leggiamo ciò che ci fa più paura per esorcizzarlo.
Non so se questa Trilogia offra speranza. So però quello che mi dice: nel panorama orrendo della guerra, ciò che è veramente insostenibile non sono la fame, il freddo, l'assistere impotenti a stermini di popoli: tutto questo si supera, si cerca di andare avanti, la vita continua. Ciò che è insostenibile, ciò che può portare alla pazzia è il tradimento dell'amore. Il dubbio di non essere amati. Parlo dell'amore più remoto, quello che si attacca alle nostre ossa quando nasciamo e contribuisce a renderci quelli che siamo. Ma non dovrei specificare: l'amore, quando è tale, è amore e basta.
Lucas vive in attesa di Claus. Con il suo aiuto, Claus ha attraversato clandestinamente il confine, se ne è andato, non può più tornare. Ma Lucas si aspetta che Claus scriva e che prima o poi ritorni. E quando la guerra finisce e si può di nuovo attraversare il confine, Lucas, testardo, dice che non andrà a cercare Claus, che è stato Claus ad andarsene ed è lui che deve tornare. Tutti hanno dubbi sull'esistenza di questo fratello gemello di Lucas, non ricordano di averlo mai visto bazzicare con lui la piccola città. Ma il lettore l'ha conosciuto, sa che esiste, perché questo libro ha il grande potere di rendere tutto solido e vero, anche le cose più assurde e grottesche. Fino a che non è il libro stesso a sgretolare le nostre certezze, quasi a punirci di esserci fidati di lui, di un sogno, così come sono puniti Lucas e Claus, gemelli che agiscono e pensano come un'unica persona. E se fossero un'unica persona? Lucas, Claus, un anagramma.
Questa trilogia è anche un distillato di nostalgia. Quale sarà mai la città a cui allude il titolo? Potrebbe essere Köszeg, la città ungherese dove ha la Kristof vissuto da adulta, prima di trasferirsi in Svizzera.
"Je voulais parler de ma séparation avec ma ville de Köszeg" dice in un'intervista. Oppure... oppure...
Non voglio continuare, non posso raccontare di più: un libro non dovrebbe avere mai bisogno di spiegazioni, dovrebbe parlare per sé: e questo è uno di quei casi in cui a farlo si farebbe danno.
Di fronte a un libro così folgorante, che affronta le tinte forti dell'incubo con l'accettazione dell'ineluttabile, che non condanna, che non conosce l'ipocrisia del pudore, che si limita a constatare i fatti - anche quelli che si vorrebbero negare, dimenticare - con una lingua di lucidità e precisione quasi crudeli, posso dire solo: Chapeu.


Agota Kristof. Trilogia della città di K. (1986)  - Einaudi

ps. per la trama si veda http://it.wikipedia.org/wiki/Agota_Kristof

La biografia di Agota Kristof su www.zam.it
postato da: davidetolublog alle ore 19:36 | link | commenti (6)
categorie: agota kristof, trilogia della città di k
martedì, 23 ottobre 2007

GETSEMANI

Osare. Ma come, in che modo, senza prodursi in grida folli, che invece di portare il nostro messaggio assordano l’uditorio e nulla fanno capire? Saviane ha la risposta: con l’umiltà. Osare con umiltà. E con incredibile coraggio. Perché ci vuole un bel coraggio a riscrivere la storia più famosa del mondo. Se Gesù ri/nascesse oggi, cosa farebbe? Scaccerebbe i mercanti dal tempio? Ma soprattutto, li condannerebbe come mercanti?

Nella storia di Saviane c’è Gesù, c’è Maria, c’è il paraplegico guarito miracolosamente. Tutto come allora, dunque. Ma più di ogni altra cosa, come allora, l’amore è al di sopra di tutto, l’amore per l’altro, la scoperta che la vita è vivere per l’altro. La figura di Maria - madre, amante, allieva - iniziando Gesù all’amore carnale, gli pone sì la tentazione dell’egoismo, di fermarsi lì, a godere di quel sentimento di carne, arco teso in bilico tra ribrezzo e seduzione; ma gli dà anche la misura di quanto costi andare oltre, per abbracciare veramente l’altro, gli altri, e diventare attraverso questa consapevolezza così forte da essere in grado di ripescare capacità dimenticate, nascoste nei “secondi sezionati in millenni” della nostra evoluzione, quando tutto ciò che siamo ancora non era e dovevamo inventarcelo, trovando mille strategie. Gesù è la somma dell’uomo, della sua cultura, di tutto il suo essere, dice Saviane. E leggendolo, ci viene in mente che in questa vita alcuni di noi sono Gesù e altri sono destinati ad amare Gesù perché possa compiere il miracolo d’amore. Ma nella logica dell’amore, chi sei tu e chi sono io è solo un gioco di ruoli che facilmente si inverte, si mescola e si fonde: questo è il suo fine ultimo.

Proprio per la sua capacità di interrogarsi spietatamente circa dio, la sua (e la nostra) esistenza, sempre utilizzando parole sceltissime, di cristallina qualità, trasparenti e mai ambigue, Giorgio Saviane è uno degli scrittori che mi rapiscono di più. Dello stesso tenore di questo Getsemani è Il Papa, che trovo addirittura più bello, forse perché raccontando la solitudine di un uomo che cerca la gloria, ingannandosi a compiacere le aspettative di tutti, di sua madre in primis (sarebbe interessante farne un parallelo con La Madre della Deledda), racconta la mia e la tua solitudine.

Tra i temi che ricorrono nei romanzi di Saviane: l’amore tra il professore e la giovane allieva. Ma, contrariamente a ciò che avviene per il più famoso Eutanasia di un Amore, dove l’evoluzione del rapporto è più realisticamente scontata, in Gestemani il professore è un ciarlatano che si trasforma in santo, e la sua allieva è Maria Maddalena che gli permette di trasfigurarsi amandola nonostante il suo peccato.

Vale la pena di leggere per sperare che il racconto ci trasfonda, se non l’amore o l’umiltà, almeno un po’ del suo coraggio.

 

Giorgio Saviane, Getsèmani. Mondadori 1980

venerdì, 12 ottobre 2007

LO STRANO CASO DEL DR. JECKYLL E MR. HYDE

Non l’avevo ancora letto e avevo - come molti – questa idea del mostro che è in realtà la stessa persona rispettabile del chimico. Avevo perso così tutta la parte psico/filosofica dei due caratteri opposti di cui, secondo Jeckyll, ogni uomo è composto: in ogni persona convivrebbero due personalità distinte, una votata al bene e una al male, e solo l’equilibrio tra le due componenti rende umani.

Prima di sdoppiarsi, in Jeckyll/Hyde (si noti anche l’etimologia del nome, da hide, nascondersi) questo equilibrio non c’è; la parte “cattiva” (che poi corrisponde all’ES freudiano, tutto istinti e bisogni fisiologici) viene del tutto soppressa. Ecco perché Hyde è descritto molto più giovane e più piccolo di statura di Jeckyll: non si è sviluppato, ha preso a farlo solo dopo lo sdoppiamento, quando si è ritrovato libero (ovvero senza né Io né SuperIo cui sottostare). Mi pare dunque che questa storia sia la testimonianza di un uomo che soffriva per le regole imposte dalla convivenza nella comunità umana, anche se ne capiva la necessità.

Ancora una volta una grande scrittura nata da una personale esigenza. Io sbaglio a pensare che non si debba essere autoreferenziali, allora. Perché poi, se siamo tutti nella stessa barca e ci riconosciamo gli uni negli altri?

 

R. L. Stevenson. Lo strano caso del dr Jeckylle e mr Hyde
postato da: davidetolublog alle ore 19:04 | link | commenti (8)
categorie: dr jeckylle & mr hyde, rl stevenson