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sabato, 10 ottobre 2009

TERRA

Premessa: per il suo messaggio, Terra è un libro che consiglio vivamente.

Che la lunghezza esasperante di certi romanzi made in USA (e prontamente copiati dalla vecchia Europa con risultati altrettanto scadenti dal punto di vista qualitativo) sia una mera operazione commerciale lo dimostra la nutrita bibiliografia di Brin. Non che la letteratura classica manchi di opere lunghe, ma bisognerebbe essere un Tolstoj per poterselo permettere, e non è questo il caso.
Ci vuole un bel po' perché i semi di questo romanzo dal carattere fortemente frammentario germoglino nella mente del lettore e gli facciano desiderare d'andare avanti. Comunque, si fatica ad affezionarsi ai personaggi sfuggenti e alla trama annunciata sin dalle prime pagine.
Uno scienziato alla ricerca di energie alternative si fa sfuggire un buco nero che va a infilarsi nella crosta terreste e inizia a divorare il pianeta dall'interno. I nostri eroi dovranno letteralmente schierarsi ai quattro angoli del globo per imbrigliare il mostro e salvare l'umanità.
"Forse non ci sarà più bisogno di guerre ma ci sarà sempre bisogno di eroi" dice qualcuno a un certo punto della storia. Ecco la spina dorsale di tutto il romanzo e anche la sua struttura più commerciale, capace di attirare le attenzioni delle masse "mediocri" (non è il mio pensiero, interpreto quello di chi ha messo in piedi l'operazione) e sognatrici. Guarda caso non c'è spazio per le persone mediocri, in "Terra", ed è questo che lo rende per paradosso un libro mediocre. Brin ha messo in piedi una carrellata di eroi, anzi di miti, a cominciare dal colosso in apertura: un miliardario grande e grosso e sicuro di sé, il più forte mito maschile visto dal maschio. Non mancano il vecchio saggio (l'anziana scienziata premio nobel); l'eroe giovane (il di lei nipote genio e pasticcione) e la bella Penelope (l'astronauta piena di fisime cui la catastrofe fa aprire gli occhi sulla vera natura umana). Gli altri eroi della storia sono talmente numerosi che a raccontarli si peccherebbe del peccato che si sta qui denunciando.
Fastidiosa anche la natura troppo esplicitamente didattica di certi stralci sulla nascita ed evoluzione del nostro pianeta che, sebbene piuttosto interessanti, sembrano presi interamente da un testo scolastico.

E fin qui, le note negative. Veniamo a quelle positive.

Fantascienza del futuro prossimo scritto nel lontano 1990, "Terra" è il prodotto di un ambientalista visionario pieno d'acume e spirito critico. Trasuda amore per il Pianeta, non in quanto casa dell'uomo, piuttosto in quanto organismo vivente a sé stante di cui noi siamo cellule, forse il cervello o più probabilmente un cancro, come sostiene uno dei tanti personaggi-comparse, un predicatore nel Regent Park della Big London.
In futuro la preoccupazione per le sorti della Terra potrebbe portare addirittura ad una nuova chiesa mondiale, con la Vergine Maria prima protettrice di Gaia. Ci sarebbe da augurarselo, se non fosse che Brin è abile a dimostrare che tutte le forme di fanatismo sono deleterie, anche quelle che nascono dai più alti ideali.
Ci metta in guardia l'idea che l'autore non ha fatto altro che prendere in mano dati documentati e stilare previsioni. Quanto accurate? Questo, che ci rassicuri o no, dipenderà solo da noi.

David Brin, Terra. 1a edizione 1990


postato da: davidetolublog alle ore 04:46 | link | commenti (2)
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mercoledì, 19 agosto 2009

STONE BUTCH BLUES

Ospito con piacere le parole di un amico su un libro a me particolarmente caro.

 

di Gian Luigi Molinari

Leggevo questo libro  e mi sentivo inadeguato. Inadeguato a capire una storia di una donna che si sentiva di essere una donna a che, nello stesso tempo, ne era una espressione particolare: donna uomo la definiva chi non la capiva, o chi la odiava, o i suoi nemici.

Una donna mascolina, una “butch”, diversa persino dalle donne lesbiche e da queste vista con sospetto.

Di nemici le donne uomo in quegli Stati uniti tra gli anni 60 e gli anni 70 ne avevano molti: per esempio nella polizia che commetteva su di loro ogni genere di abuso.

Si, perchè essere donna uomo allora era un reato e chi commette un reato è alla mercè di ogni violenza: non è donna non è uomo, in realtà non è persona.

Violenza anche dalla società, materializzata nelle squadracce di balordi che l’assaltavano fuori dai bar, inseguendola e spaccandole le ossa.

Il libro è la storia di una crescita. Jess, nata a Buffalo in una società in trasformazione da contadina ad industriale, vive le contraddizioni di questa realtà cento volte amplificate. Il problema per una donna uomo è anche la solitudine, cioè la mancanza di una vera comunità di riferimento. Le “butch” non sono brave a comunicare tra loro né ad intessere vere amicizie tra simili: troppo dure, troppo “stone” per farsi toccare dai sentimenti che sono vissuti come debolezza.

Oltre le inutili definizioni, la storia raccontata è terribilmente dura e dalle sue pagine “violenta” il lettore.

Jess, farà un percorso difficilissimo, arrivando a modificare persino il proprio aspetto per sembrare un uomo e così allontanare la persecuzione che la insegue, entrare in clandestinità, nascondersi per salvarsi : “(...) Mi sento come un fantasma, (...) come se fossi sepolta viva. Per il mondo sono nata il giorno in cui ho cominciato a passare (diventare uomo nell’aspetto). (...) Nessuno mi vede veramente, nessuno mi parla o mi tocca”.

Figure incontrate nella sua vita (Butch Al, Edna, Theresa, Duffy, etc. ) scolpiranno la parte positiva della sua anima, salvandola forse dalla distruzione.

Attraversando diversi lavori ( la legatoria, poi la fabbrica, infine la fotocomposizione) Jess conoscerà la realtà operaia offrendoci un spaccato delle lotte di quegli anni. In questo senso il libro è anche un ragionamento sul mondo e su come si può cambiare, uscendo così dal vicolo del libro “a tematica”.

Per questo mi piace, anche se, per me, è stata una non facile avventura arrivare in fondo alle sue 300 e più pagine.

Più o meno verso la pagina 300 il libro cambia, secondo me, di linguaggio e di umore: il trasferimento di Jess a New York, la conoscenza della sua prima vera amica (Ruth) che aprirà uno spiraglio nella scorza dura della stone e una via per i sentimenti, poi il viaggio verso Buffalo per riconciliarsi con un pezzettino di passato, infine, la manifestazione gay in cui per la prima volta una butch troverà le parole...

Un speranza si apre nella sua vita, nella voglia di vivere veramente e di lottare, questa volta non da sola.

E senza più nascondersi ma tornando “alla stessa domanda che aveva dato forma alla (sua) vita: donna o uomo?” , in questa frase c’è il senso di tutta una vita e c’è purtroppo anche la condanna da parte di una società che non capisce e si arrabbia.

Intorno, ancora gli Stati Uniti violenti, con l’aggiunta di qualche timido segnale positivo.

Per Jess , forse, un unico grande rammarico: non poter mantenere la promessa fatta, un giorno, a Scotty e Kim, i due bambini dell’amica: di tornare da loro quando si sarebbe sentita più sicura.

Che ne dici se facciamo che è una persona di neve e la accettiamo così com’è, maschio o femmina che sia?”- così, in un giorno d’inverno, Jess alla bambina Kim, facendo un pupazzo di neve.


Ho scritto queste righe così con lo scopo di comunicare e senza pretese di avere capito chissà che cosa: il fatto è che mi sono fatto un gran mazzo a leggere il libro e mi farebbe piacere lasciare dei pensieri a qualcuno: se sono stato impreciso, ignorante e superbo, mi spiace, so che non volevo esserlo!.

 

Leslie Feinberg, Stone Butch Blues. Il dito e la luna 2004

sabato, 15 agosto 2009

SHERLOCK HOLMES

Di fronte a personaggi di larghissima popolarità il mio primo istinto è di ignorarli, anzi fuggirli come la peste. Perciò quando ad aprile di quest'anno mi misi a cercare in rete adattamenti delle storie di Sherlock Holmes per prenderne a prestito la colonna sonora che poi avrei adattato allo spettacolo per bambini "Sherlock Holmes e il mistero del bottone scomparso" di Matteo Manetti, lo feci solo come un dovere. Ma ebbi una folgorazione. Su Youtube mi sfilarono davanti agli occhi adattamenti televisivi dei più svariati paesi e fui colpito da quello russo per il suo estremo manierismo, ma fu poi la serie prodotta dalla Granada per la televisione britannica a conquistarmi totalmente e a farmi diventare in pochi mesi un Holmes-addicted.
Secondo Wikipedia, è Basil Rathbone il volto di Sherlock Holmes, ma per me l'interprete insorpassato è Jeremy Brett (foto a sinistra insieme a David Burke nella serie della Granada): qualunque altro al suo confronto è osceno. Ieri sera poi sono stato irritato dalla visione di un "Young Sherlock Holmes" di Spielberg che si è preso innumerevoli libertà sui personaggi e le loro storie. Come si può immaginare, ho spento dopo pochi minuti.
A parte l'attrattiva del giallo in sé - che presentando un problema di vita o di morte e la sua possibilità di risolverlo fa appello agli istinti primari e dunque è costruito appositamente per tenere il lettore/spettatore appeso al racconto - ad affascinarmi in Holmes è il contrasto tra i suoi innumerevoli talenti che ne fanno una specie di superuomo (mangia e dorme pochissimo e parebbe non avere vita sessuale: in pratica non è umano) e le sue altrettanto profonde debolezze,
prima fra tutte la necessità di non provare emozioni per non influenzare la lucidità dei suoi processi di deduzione, necessità che lo porta ad una solitudine estrema, mitigata solamente dalla presenza al suo fianco del dottor Watson. Eppure, come sfuggiti al controllo, non è raro vedere in Holmes guizzi di tenerezza e compassione.
Il suo disinteresse per le donne è da Holmes giustificato appunto dalla volontà di mantenersi critico, ma se ci fosse un'altra ragione, come suggerisce quanto meno l'inizio del film "La vita privata di Sherlock Holmes"?
Watson è l'unico riferimento affettivo di Holmes. In "The sign of four" il dottore passa la notte in bianco per aiutarlo in un caso, e quando la mattina dopo Holmes lo vede stanco ma incapace di rilassarsi, lo fa sdraiare sul divano e suona per lui il violino, al cui suono celestiale Watson finalmente si addormenta.
E nel racconto "The adventures of the three Garridebs" Watson ferito viene soccorso da un Holmes spaventatissimo. Watson quindi riflette che vale la pena essere ferito mille volte per vedere quel volto leale accendersi d'amore, gli occhi velarsi e le labbra tremare.
Come per i sogni, in cui in tutti i personaggi incontriamo sempre noi stessi, anche la scrittura soggiace alla medesima legge. L'autore attinge alla propria esperienza e tutti i personaggi sono parte di sé o sue proiezioni. Se Watson oltre ad essere l'io narrante è anche il personaggio che più somiglia a Conan Doyle, allora l'amore di Holmes per Watson è una proiezione dell'amore di Doyle per una persona reale altrettanto carismatica (il famoso dottor Bell con cui Conan Doyle fece l'apprendistato all'università, forse?) e al tempo stesso una proiezione del suo sé ideale, in cui il Watson/Doyle pigro, goloso, impressionabile e suscettibile al fascino del gentil sesso si autoaccusa trasformandosi in un uomo dalle mille rinunce, tutto dedito alla causa e all'impegno intellettuale. Sherlock Holmes è l'aspirazione massima e irraggiungibile di Doyle: perché fosse assolutamente fuori dalla sua portata, Doyle l'ha stigmatizzato con un'estrema sofferenza, quella di essere imprigionato in se stesso. E' uomo, infatti, colui che non vive per se stesso ma per applicare il suo organo cerebrale? In assenza di problemi complessi, quella mente brillante impazzisce ed Holmes deve ricorrere alle iniezioni di cocaina. A questo proposito, è interessante notare che la grave macchia della droga non ha minimanente intaccato la popolarita di Holmes, quest'abitudine curiosamente non è stata mai censurata neppure nei telefilm, pur richiamando fortemente un rischio di emulazione.
Forse Conan Doyle voleva dirci che solo l'estrema e assoluta concentrazione su un tema sviluppa il genio. Il genio quindi è estrema devozione, folle idolatria che paga il prezzo della sua eccellenza difettanto in tutti gli altri campi, come succede all'"idiot-savant". L'Holmes senza istinti, bisogni, emozioni, l'Holmes senza vita privata poteva quindi considerarsi un po' autistico.

Moscow, Smolensk quay: a sculptural composition «Sherlok Holmes and doctor Watson» (from Sherlock Holmes )